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lunedì 14 aprile 2014

A malincuore

A malincuore.... per la mia provenienza professionale, con riferimento alla decisione di Grosseto 

Avvenire 04/12/2014 Page : A02
 
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La «giustizia creativa» è un problema grande, serissimo e davvero di tutti   

Da diversi anni ormai mi ritrovo a ragionare – senza alcuna allegria e con la tenace speranza di una positiva “svolta” – su un tema aspro: il distacco, il dinsincanto, la contrarietà e persino il fastidio con i quali troppi cittadini guardano all’insieme dei nostri poteri istituzionali e alle vicende e agli scontri di cui essi sono protagonisti. Si tratta spesso di “uscite”, per eccesso, per straripamento, dal ruolo (e dallo stile) proprio di ognuno di questi poteri. Tracimazioni che spesso, anche per ciò che scatenano a livello di opinione pubblica, diventano (o fanno evocare o, addirittura, invocare) perdite di ruolo. È toccato al Parlamento, al Governo, anche alla Presidenza della Repubblica. Ciclicamente e sempre più di frequente tocca alla Magistratura. Lo scrivo ancora una volta quasi con fatica, rinnovando rispetto e gratitudine per i tantissimi magistrati italiani che ogni giorno servono la legge e il popolo italiano compiendo il loro dovere con scrupolo e saggezza, ma il problema della “giurisprudenza creativa”, cioè della manipolazione, della disapplicazione mirata e addirittura della novazione delle leggi compiute in talune sedi di giudizio è un problema davvero serio e, purtroppo, sempre più grave. Le voci degli amici lettori che precedono questa mie riflessioni sono solo una parte del coro che si leva in molti modi (non tutti adeguati, ma tutti meritevoli di attenzione) e che si esprime anche attraverso le lettere che continuano ad arrivare nella nostra redazione. Si tratta di un segnale di crisi e di allarme che non può più essere sottovalutato da nessuno. Qui, proprio qui, nella nostra Italia, per reiterate e squassanti iniziative su temi delicatissimi come quelli della vita nascente o morente e della vita in comune delle persone, si sta mettendo in questione non più soltanto l’efficienza di un sistema giudiziario, ma il senso stesso di una funzione essenziale per la vita civile e per la composizione pacifica dei conflitti in qualunque società e tanto più in un società democratica fondata sulla chiara attribuzione e distinzione dei poteri cardine. Continuare a far finta che il caso non esista è molto pericoloso. E chi pensasse di ridurlo a una questione di insofferenza “cattolica” per alcune pronunce
giudiziarie sgradite, sbaglierebbe due volte. La prima perché i cattolici, che mai rinunciano ai doveri di coscienza (che li portano ad abitare anche le piazze, se e quando serve, ma non a farsi sviare da vecchie e nuove forme di “Aventino”, lontano dai luoghi della rappresentanza e da dovere di «immischiarsi» per una politica orientata al bene comune), rispettano le leggi della comunità civile di cui sono parte, le sue istituzioni e accettano le regole del gioco democratico. La seconda perché i metodi sbagliati, se si affermano, riguardano proprio tutti e prima o poi toccano tutti. La soggezione di ogni giudice alla legge stabilita dalle assemblee  elettive è un laicissimo presidio di democrazia e di libertà. Serve davvero ricordarlo?
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