Non facciamoci ingannare! sveglia

giovedì 9 ottobre 2014

Eversori ed ipocriti

A nessuna di queste due categorie può ascriversi il professore Tocci, laureato in fisica e filosofia, fino ad ieri sera senatore del PD. Si è dimesso dopo il voto al Senato sulla manovra eversiva di una fiducia chiesta ed ottenuta sulla legge delega im materia di lavoro.
Ad onore del prof. e della chiarezza vi trascrivo le parole del suo intervento nel giorno precedente;<< Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto>>.
Onore al professore Tocci che non sta ai giochetti del suo partito.
Ma c'è qualcuno che voglia capire che cosa succede? C'è qualcuno nelle istituzioni che non si presti al gioco?
Ripeto ancora; sveglia, facciamoci sentire!

mercoledì 8 ottobre 2014

Siamo al governo del Pesidente?


Immaginiamo che qualcuno voglia dare incarico ad altra persona di concludere un affare al quale non ha tempo di dedicarsi. Immaginiamo che la persona incaricata, una volta compreso di essere necessaria per soddisfare le esigenze di chi lo ha chiamato, voglia dettare lei condizioni  dell'affare e minacci di farne saltare la conclusione danneggiando chi lo ha incaricato. Come chiamereste questa persona?? Ricattatore?
Ebbene è quello che si verifica con l'approvazione di una legge di delega al Governo che sulle condizioni della delega pone la questione di fiducia, coartando così l'espressione della libera volotà del Parlamento
Credete che abbia esagerato? Allora andate a leggere un testo di pura divulgazione, ma non giornalistico http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_delega 

E' detto: per la l'approvazione di legge delega occorre un iter procedurale normale: se così non fosse e, per esempio, fosse ammesso l'uso di decreti legge o la questione di fiducia, per il governo sarebbe facile sostituirsi integralmente al Parlamento e di fatto legiferare senza controllo sostanziale
Siamo di fronte ad un atto incostituzionale che stravolge l'assetto della repubblica parlamentare.

E nessuno parla!!!! Facciamoci sentire

lunedì 14 aprile 2014

A malincuore

A malincuore.... per la mia provenienza professionale, con riferimento alla decisione di Grosseto 

Avvenire 04/12/2014 Page : A02
 
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La «giustizia creativa» è un problema grande, serissimo e davvero di tutti   

Da diversi anni ormai mi ritrovo a ragionare – senza alcuna allegria e con la tenace speranza di una positiva “svolta” – su un tema aspro: il distacco, il dinsincanto, la contrarietà e persino il fastidio con i quali troppi cittadini guardano all’insieme dei nostri poteri istituzionali e alle vicende e agli scontri di cui essi sono protagonisti. Si tratta spesso di “uscite”, per eccesso, per straripamento, dal ruolo (e dallo stile) proprio di ognuno di questi poteri. Tracimazioni che spesso, anche per ciò che scatenano a livello di opinione pubblica, diventano (o fanno evocare o, addirittura, invocare) perdite di ruolo. È toccato al Parlamento, al Governo, anche alla Presidenza della Repubblica. Ciclicamente e sempre più di frequente tocca alla Magistratura. Lo scrivo ancora una volta quasi con fatica, rinnovando rispetto e gratitudine per i tantissimi magistrati italiani che ogni giorno servono la legge e il popolo italiano compiendo il loro dovere con scrupolo e saggezza, ma il problema della “giurisprudenza creativa”, cioè della manipolazione, della disapplicazione mirata e addirittura della novazione delle leggi compiute in talune sedi di giudizio è un problema davvero serio e, purtroppo, sempre più grave. Le voci degli amici lettori che precedono questa mie riflessioni sono solo una parte del coro che si leva in molti modi (non tutti adeguati, ma tutti meritevoli di attenzione) e che si esprime anche attraverso le lettere che continuano ad arrivare nella nostra redazione. Si tratta di un segnale di crisi e di allarme che non può più essere sottovalutato da nessuno. Qui, proprio qui, nella nostra Italia, per reiterate e squassanti iniziative su temi delicatissimi come quelli della vita nascente o morente e della vita in comune delle persone, si sta mettendo in questione non più soltanto l’efficienza di un sistema giudiziario, ma il senso stesso di una funzione essenziale per la vita civile e per la composizione pacifica dei conflitti in qualunque società e tanto più in un società democratica fondata sulla chiara attribuzione e distinzione dei poteri cardine. Continuare a far finta che il caso non esista è molto pericoloso. E chi pensasse di ridurlo a una questione di insofferenza “cattolica” per alcune pronunce
giudiziarie sgradite, sbaglierebbe due volte. La prima perché i cattolici, che mai rinunciano ai doveri di coscienza (che li portano ad abitare anche le piazze, se e quando serve, ma non a farsi sviare da vecchie e nuove forme di “Aventino”, lontano dai luoghi della rappresentanza e da dovere di «immischiarsi» per una politica orientata al bene comune), rispettano le leggi della comunità civile di cui sono parte, le sue istituzioni e accettano le regole del gioco democratico. La seconda perché i metodi sbagliati, se si affermano, riguardano proprio tutti e prima o poi toccano tutti. La soggezione di ogni giudice alla legge stabilita dalle assemblee  elettive è un laicissimo presidio di democrazia e di libertà. Serve davvero ricordarlo?
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mercoledì 5 marzo 2014

#accordicchio sulla legge elettorale

Far finta di non capire che il risultato pratico dell'accordo di approvare la riforma del sistema elettorale  della sola Camera escludendo il Senato,  porta a due risultati: 1) all'impossibilità di fatto ( salvo il caos) di procedere ad elezioni se non dopo l'approvazione di una legge costituzionale relativa al Senato, quindi alla sospensione medio tempore della sovranità popolare che si esprime nella possibilità di scelta in ogni momento di un Parlamento e di un Governo; 2) all'esclusione di fatto della prerogativa del Capo dello Stato (che non voglia precipitare il Paese in un baratro di confusione) di sciogliere anticipatamente le Camere per lo stesso periodo in cui manchi una  legge di riforma del Senato, non è meno grave che far votare i rappresentanti del Popolo sui rapporti di parentela di Ruby con Mubarak!

giovedì 30 gennaio 2014



Perché insieme a me ognuno possa farsi un'idea personale sul significato e gli effetti della norma approvata ieri alla Camera sulla valorizzazione del capitale della Banca d'Italia, con una conoscenza dei fatti meno approssimativa di quella fornita dall'informazione giornalistica sempre più uniforme e servente la politica, dalla voce di wikipedia sulla Banca d'Italia possiamo leggere quanto segue. 
La Banca è una società per azioni partecipata da banche (che poi sono sottoposte alla sua vigilanza!); e circa la titolarità del  capitale sociale e le quote di partecipazione (ad oggi) valga il seguente prospetto.
Partecipante                                    Quote                  Voti
Intesa Sanpaolo S.p.A.                  30,3%                  50
UniCredito Italiano S.p.A.            22,1%                  50
Assicurazioni Generali S.p.A.      6,3%                     42
Cassa di Risparmio in Bologna    6,2%                     41
INPS                                             5,0%                     34
Banca Carige S.p.A.                     4,0%                     27
Banca Nazionale del Lavoro .      2,8%                     21
Banca Monte dei Paschi               2,5%                     19
Cassa di Risparmio di Biella        2,1%                     16
Cassa di Risparmio di Parma       2,0%                     16
 Il capitale sociale della Banca ammonta(va) a 156.000 euro, versati nel 1936.
Interessante è conoscere anche il criterio di divisione dei dividendi, cioè quello che spetta agli azionisti del profitto annualmente realizzato.                                                                                                                                                                 Ai partecipanti al capitale sono distribuiti ogni anno dividendi per un importo fino al 6% del capitale stesso[9]e, su approvazione del Consiglio Superiore, un ulteriore 4%[10] del valore nominale del capitale (articolo 39), cui si aggiunge "una somma non superiore al 4% dell'importo delle riserve" quali risultano dal bilancio dell'anno precedente prelevata dai frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve[11], sempre su approvazione del Consiglio superiore (articolo 40). Gli utili netti vengono per il resto distribuiti come segue.       Il 20% degli utili netti conseguiti deve essere accantonato al fondo di riserva ordinaria. Col residuo, su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi. La restante somma è devoluta allo Stato (articolo 39).
Cosa cambia con la norma approvata?
7,5 mld delle riserve sono portate a capitale. Cosa succede?
1. si rivaluta la quota di ciascun azionista, così che le banche -che dovevano ricapitalizzarsi con soldi dei propri azionisti- incrementano il loro patrimonio (in cui ricadono le quote azionarie) a costo zero per loro, ma a scapito della riserva della Banca d'Italia che è patrimonio pubblico. Potranno poi monetizzarlo
2. le banche azioniste riceveranno  maggiori dividendi, perché come abbiamo visto  li prendono in proporzione del capitale sociale
3. pagheranno una tassa (12%) che frutterà allo Stato  (dicono) 900  milioni
Chi ha avuto la meglio secondo voi?

giovedì 19 dicembre 2013

Il giorno 17 scorso il quotidiano La Stampa ha pubblicato un articolo di Zagrebelsky sulla apertura di Renzi sui diritti civili.
 vedi   http://www.scienzaevita.org/rassegne/14a5ba16db6fbb44a4a70d29b3748bbe.PDF
In risposta ho inviato questa lettera al Direttore del giornale chiedendone la pubblicazione.



Egregio Direttore, indirizzo a Lei queste mie osservazioni, sicuro –conoscendo il Suo rispetto per la verità- di ottenerne la pubblicazione.
Ho letto solo oggi l’editoriale a firma di Zagrebelsky, apparso sul v/s quotidiano del giorno 17, sulla questione nuovamente in ballo delle unioni civili, e non posso fare a meno di manifestare la mia sorpresa, ancor prima del mio dissenso.
Parlo in tutta schiettezza, perché non ho corso né vedo la possibilità di correre per la Presidenza della Repubblica, non devo perciò partecipare a nessun coro.
Vado al dunque.

mercoledì 6 novembre 2013

Giustizia alla cartapesta

Cartapesta anche questa volta.
L'unico punto che in tutta la vicenda Cancellieri mi sembra assolutamente imprescindibile è un altro: quali inconfutabili e indiscutibili prove (entrambi gli aggettivi sono necessari: uno riferito alla chiara evidenza scientifica della patologia lamentata dalla detenuta; l'altro riferito alla neutralità dell'accertamento) vengono esibite all'opinione pubblica per valutare -sulla base di questi dati- se l'intervento del ministro è stato umanitario o manipolativo? Ma nessuno sembra vedere che solo questo è in questione: il rispetto della realtà dei fatti. Nessuno esige informazioni sulla diagnosi!
Solo qualche nome per ricordare morti-viventi davanti al proprio giudice ancora in vita: Di Lorenzo, Sofri, Contrada...questi solo i più noti, poi ci sono i nomi della criminalità organizzata.
A voi (dodici lettori) farvi un'opinione

martedì 15 ottobre 2013

cartapesta 




Qualche giorno addietro avevo in mente questi pensieri, che non ho avuto tempo di condividere con i miei dodici lettori.
Continuo a ragionare ad alta voce, dopo quanto detto su FB.

Mi sembra improprio parlare, come qualche giornalista ha fatto, di buffonata di Berlusconi in Parlamento.

Non mi pare così: il sostegno di Berlusconi al Governo risponde al suo più scontato interesse. Infatti non può volere  lo scioglimento delle Camere, perché ad una nuova legislatura sarebbe incandidabile e resterebbe fuori e (cosa ugualmente importante) senza immunità parlamentare.

Quindi non può volere neanche uscire dal Governo provocando una sua nuova formazione, perché questo sarebbe soltanto un suo depotenziamento politico, una caduta di importanza che non consentirebbe di impugnare armi di ricatto.

Allora? Risponde smaccatamente al suo interesse che il  Governo Letta duri e con lui il Parlamento!

Spaccature interne, nuovi gruppi parlamentari, dissidenza? Specchietti per le allodole e pantomime.

Tutto resta immutato: Berlusconi presidente del partito, il dissidente Alfano segretario politico (dopo essere stato segretario personale del capo),  pronto a marcare stretto  e convogliare - con il fido e vecchio amico e sodale Cicchitto, con il rampante Fitto- quelli che si illudevano di riuscire ad eludere la sorveglianza.

Tutto assolutamente scontato.

Questo banale conto non possono non averlo fatto politici navigati e che siedono in Parlamento da decenni! (forse a questa mancanza di sorpresa si deve l'apprezzamento di qualcuno alla   bravura, solo scenica, di Berlusconi?)

Ma se anche fosse solo occasionale questa coincidenza di interessi, personali (di Berlusconi) e del Governo, nessuno tenti di prendere in giro l'opinione pubblica, avvalorando la scelta di Berlusconi come un generoso passo indietro. Questo, sì, sarebbe una buffonata maligna!
Non passano che pochi giorni, e  lealisti e frondisti si ricompattano nel partito in questione.
Ne dà esplicita notizia la stampa. Chi vuole, può leggere da questo sito http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-13/berlusconi-basta-polemiche-interne-pdl-riscopra-dialettica-interna-fitto-e-alfano-pienamente-d-accordo-194641.shtml?uuid=ABMUjCW&cmpid=nl_7%2Boggi_sole24ore_com
Chiuso il primo atto, vediamo andare in scena il secondo, non meno prevedibile del primo.
L'esclusione dal Parlamento di Berlusconi (la specificazione è riferita all'esclusione, non al Parlamento, come qualcuno pure potrebbe pensare) è inevitabile, salvo colpi di mano poco possibili perché si rischierebbe l'eversione istituzionale o l'ingiustizia manifesta.
Allora? Che Berlusconi vada pure fuori dal Parlamento, ma auspicano i suoi bravi di non fargli scontare la pena inflitta con la sentenza di condanna per frode fiscale! Non certo per l'intollerabile umiliazione di essere trattato da persona da reinserire socialmente, cosa impensabile per un leader politico, ma perché con la misura esecutiva sarebbe costretto a vivere in Italia con un domicilio ben preciso, senza potersene allontanare all'occorrenza ed a piacimento (la mobilità di Berlusconi è il vero problema, dovrebbe dormire ogni sera nello stesso posto, cosa non igienica per i perseguitati dalla giustizia quale lui stesso si  ritiene!)
Ed allora nuovo copione e nuovi personaggi: si scopre la sofferenza dei carcerati ed il turnista presenta, incoraggiato dall'alto, la proposta di legge per indulto ed amnistia.
Sarebbe evidente che la cosa non riguardi il caso Berlusconi per due ragioni: questi non deve gravare sull'affollamento carcerario perché sconterà la pena con misura alternativa alla detenzione (ma con limiti di mobilità, come abbiamo detto) e da che vive la nostra Repubblica questa misura di clemenza non sempre ha riguardato reati tributari e fiscali, e sempre è stata oggetto di misure separate da quelle per reati comuni.
Per prendere atto del grado di flessibilità dell'on. Quagliariello si veda la voce amnistia  on line in wikipedia.
In sostanza il copione sembra seguire il suggerimento di E. Poe nella sua lettera trafugata: se vuoi nascondere qualcosa, mettila in un gruppo di oggetti simili.




venerdì 6 settembre 2013

Giacchino facette 'a legge

L'arguzia napoletana citerebbe per qualcuno il detto <<Giacchino facette 'a legge e Giacchino fuje accise>>,  che ricorda il caso di Murat che ripristinò la pena di morte nel regno, finendo fucilato poi dai Borboni.
In maniera più aulica è bello ricordare, per noi che viviamo nello stato di diritto, cosa dicevano i romani: <<Non sub rege lex, sed sub lege rex>>.
A buon intenditor...

martedì 27 agosto 2013

La legge Severino e la incandidabilità

Uno sguardo, oltre la cortina fumogena, ci aiuta a gettarlo un articolo odierno del Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena, intervistato da un quotidiano nazionale.
Vediamo di riepilogare.
La c.d. legge Severino, ampliando una previsione di esclusione elettorale che già risale al 1992 (legge n. 16,applicata decine di volte) e stabilendo che non può essere eletto il condannato per reato doloso a pena superiore ai due anni di reclusione, individua un ulteriore caso di incandidabilità (oltre gli associati a delinquere, mafiosi, concussori), come causa originaria di esclusione dalla candidatura, e di successiva decadenza dalla carica.
Questa incandidabilità non solo non è una pena (principale o accessoria, che non può essere retroattiva), nè un effetto penale (amnistiabile o altrimenti estinguibile)  ma solo un effetto legale della condanna. Altra cosa la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici irrogata con la condanna irrevocabile, e per questo non vanno confuse le due cose e le possibili diverse vicende estintive, che non sono comuni.
Quale conseguenza? La previsione di decadenza della legge Severino è volontà legislativa, che solo volontà legislativa contraria, e non altro, può annullare!
E' espressione di volontà sovrana del Parlamento, e non vi sono altri poteri o organi costituzionali che possano vanificarla (grazia o altro).
Per la stessa ragione è chiaro, oves et boves, che l'idea di rivolgersi alla Corte Costituzionale per un intervento consultivo sulla legittimità della norma è assurda, perché il Parlamento esercita la sua sovranità in assoluta autonomia e se ritiene vi siano ragioni per cancellare una norma lo fa direttamente, con una scelta discrezionale e politica. Fin qui anche l'opinione del Vice presidente Maddalena.

Allora, tutto quello cui stiamo assistendo e che stiamo sentendo è pura, vergognosa, indecente, irresponsabile  manfrina che pretende di cancellare la volontà parlamentare, già espressa in legge, fuori della sua sede propria: le Camere del Parlamento italiano. Risulta chiaro che fare diversamente sarebbe un atto costituzionalmente abnorme