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sabato 1 settembre 2012

ALTRAPOLITICA: che cosa intendiamo?


Non so voi, ma personalmente sono totalmente d'accordo con le parole d'augurio che -come ricordava oggi un quotidiano- un noto giornalista rivolse telegraficamente a Sandro Pertini, neoeletto Presidente della Repubblica.
<<Che Dio Le conceda il coraggio, Presidente, di fare le cose che si possono e si debbono fare; l'umiltà di rinunciare a quelle che si possono ma non si debbono fare, e a quelle che si debbono ma non si possono fare; e la saggezza di distinguere sempre le une dalle altre>>.
Questa formula, un po' labirintica, mi ha costretto a rileggere più volte le parole per estrarne il  senso di quella che mi appare la totale loro portata.

E' evidente che l'augurio fa riferimento all'acquisizione di un criterio con cui agire nell'espletamento del mandato ricevuto, e non costituisce l’indicazione di realtà spicciole o soluzioni tecniche di problemi del momento da attuare taumaturgicamente, come oggi invece si vorrebbe da pretesi esperti come Mario Monti (chi vuol conoscere la figura del suo più famoso zio -Raffaele Mattioli- potrà leggere l’interessante biografia di G.C. Galli il banchiere eretico ed. Rusconi)
Già su questo aspetto sono d'accordo.
Non intendo l'altrapolitica come soluzione di questo o quel problema attuale ed assillante, o come formulazione di questa o quella riforma istituzionale o dei mercati economici e finanziari, o come possibile soluzione di un aspetto critico della nostra vita democratica (anche se tutto questo può essere indispensabile).
Quello che va cambiato è il registro delle decisioni, sono le ragioni della politica!
Quelle non vanno prese alla luce di interessi settoriali di cui partiti, gruppi di pressione o lobby sono portatori, ma alla luce dell'interesse generale.  Il perseguimento di questo dev’essere allora connaturato alla visione di ciascuna parte politica, al suo stesso modo di essere perché dovrebbero essere finanche inconcepibili prevaricazioni di interessi particolari a scapito di quello generale. Se questa visione non sta nel DNA degli uomini politici di qualunque parte, come possiamo pensare che nel momento in cui questi vanno a rivestire un mandato politico mettano da parte la precedente logica unilaterale, per avventurarsi in un mondo che è sempre rimasto fuori della loro angusta visione politica? L’assenza di “vincolo di mandato” che l’art.67 della Costituzione vuole che ispiri l’azione di ogni parlamentare non è che l’esplicitazione di questo criterio regolatore del bene comune.
Quanto lontana da ciò la designazione dei candidati senza la manifestazione del voto di preferenza dell'elettore! Perché di questa marchiana incostituzionalità della attuale legge porcellum nessun partito si è fatto interprete? E’ semplice: ciascuno ha voluto rafforzare il potere del partito attraverso cui stare nell’agone politico, con il dannosissimo risultato finale di scambiare il mezzo (partito) con il fine (interesse generale)!
Scopro l'acqua calda: solo il bene comune è la causa finale del vivere sociale, e dunque lo Stato e le sue istituzioni non possono porsi in contraddizione con tale criterio ispiratore di scelta, a meno di voler divaricare la naturale identificazione di una società civile dalla sua organizzazione politica.
E’ questo che ci attendiamo dall’altrapolitica?: la saldatura di società civile e della sua organizzazione politica  in quella perfetta armonia che si chiama: perseguimento del bene comune?

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